Stringenti confini di operatività della presunzione di convivenza tra consegnatario e destinatario dell’atto

14.06.2019

Eva Cancelmo - Dottoressa in Giurisprudenza
Scuola di Alta Formazione - Sede di Bari
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Con l'Ord. n. 10543 emessa lo scorso 15/04/2019, la Suprema Corte, Sez. VI, offre nuovamente materiale di speculazione circa l'annosa questione della legittimità della notificazione, allorquando compiuta nelle forme alternative alla consegna brevi manu al suo destinatario.

L'argine alla presunzione di ricezione

La fattispecie oggetto della pronuncia in commento afferisce all'applicazione dell'art. 60, comma 1, lett. b-bis), D.P.R. n. 600/1973 e, per quanto dal medesimo rinviato, dell'art. 139, comma 2, c.p.c.

Giusta lettura congiunta, ove la consegna dell'atto sia eseguita nelle mani di persona diversa dal destinatario, trova applicazione la disposizione civilistica che faculta l'ufficiale giudiziario a consegnare copia del medesimo ad uno dei soggetti all'uopo individuati dalla norma, nell'esclusiva misura in cui il legame sussistente fra questi ed il destinatario sia tale da fondare la ragionevole presunzione di conoscibilità dell'atto notificato e, in forza di tale presunzione, assicurare il conseguimento dello scopo della sua conoscenza legale.

Tuttavia, la presunzione de qua opera, per quanto alla consegna a "persona di famiglia", limitatamente al caso in cui il suddetto soggetto consegnatario sia legato da comunanza di vita stabile con il destinatario: non è necessario, dunque, che si tratti di appartenente allo stretto nucleo familiare purché stabilmente convivente con il destinatario, giacché solo nella sussistenza di simile rapporto quotidiano quest'ultimo sarà effettivamente posto nella condizione di raggiungere la consapevolezza dell'avvenuta notifica a proprio carico.

Alla stabilità della convivenza quale stato di fatto a presidio dell'applicabilità della presunzione di conoscenza ha fatto lapalissiano riferimento la Suprema Corte che già nel 2010 con sent. n. 9658, rischiarava le brume in materia chiarendo che: "L'art. 139 c.p.c. fa discendere la presunzione "iuris tantum" di conoscenza, da parte del destinatario, dell'atto di citazione notificatogli, [...] dalla consegna dell'atto stesso effettuata, presso la casa di abitazione dello stesso destinatario, a "persone di famiglia", la cui convivenza non occasionale con quest'ultimo va immediatamente dedotta dalla loro presenza in quel luogo, salva prova contraria. [...]. Peraltro, ove la consegna dell'atto di citazione sia avvenuta a mani di persona qualificatasi come familiare [...] del destinatario dell'atto, e che abbia sottoscritto la relazione di notifica in cui è qualificata come tale, la presunzione di conoscenza dell'atto da parte del destinatario non può ritenersi superata dalla certificazione anagrafica che non includa la consegnataria nell'elenco delle persone componenti il nucleo familiare del destinatario stesso, non escludendo la convivenza di fatto, sulla quale si fonda la presunzione di conoscenza dell'atto notificato.".

Acuta analisi della massima testé riportata permette di arguire quanto segue.

In primis, a nulla vale la sussistenza e/o permanenza del vincolo giuridico laddove, di contro, manchi quello stato di fatto che è proprio della quotidianità della vita del notificatario, rintracciabile nella stabile coabitazione con il consegnatario che è, invero, unico fondamento della presunzione di ricezione.

In seconda istanza, la notificazione deve comunque essere eseguita presso la casa di abitazione del destinatario e non presso la casa di abitazione del di lui familiare, posto l'inequivocabile tenore letterale del comma 1 dell'art. 139, c.p.c., che fa precetto all'ufficiale giudiziario di ricercare il destinatario "nella casa di abitazione o dove ha l'ufficio o esercita l'industria o il commercio", al quale si affianca nitida esegesi fornita dagli Ermellini con sent. n. 18989/2015, per cui: "La notificazione dell'atto mediante consegna al familiare del destinatario è assistita da presunzione di ricezione, ai sensi dell'art. 139, comma 2, c.p.c., solo se avvenuta presso l'abitazione del destinatario, non anche se effettuata presso l'abitazione del familiare.".

Dall'articolato secondo principio consegue che il riconoscimento del valore di atto dotato di pubblica fede alla relata di notifica, certificante l'avvenuta consegna a familiare convivente, non può trovare ingresso alcuno giacché la fidefacenza copre soltanto quanto compiuto ed attestato in presenza del pubblico ufficiale e non già l'intrinseca veridicità delle comunicazione stesse, motivo per cui la dichiarazione fornita dalla moglie, in fase di separazione personale, di essere familiare convivente soccombe dinanzi alla prova fornita dal contribuente di aver dato tempestiva notizia agli Uffici competenti di aver trasferito la propria residenza altrove, con derivata inapplicabilità della presunzione che opera, repetita iuvant, solo nel tassativo caso in cui la notifica sia stata eseguita nel luogo di abitazione del notificatario.

A chiosa di quanto innanzi, l'errore commesso dall'Agenzia delle Entrate risiede nella presunzione che, sebbene notificatario e consegnatario versassero in fase di separazione personale, la convivenza fra i due soggetti dovesse necessariamente persistere giacché non ancora giunti a sentenza dichiarativa di scioglimento degli effetti civili del matrimonio. Presunzione di convivenza sulla quale l'Ufficio fonda, a cascata, la presunzione di ricezione.

Non v'è ombra di dubbio, tuttavia, dell'impasse in cui l'Ente sia incorso, in considerazione dell'assoluta divergenza fra coniugio e convivenza, per cui la sussistenza del primo non da approdo certo alla seconda.

Difatti, sebbene fra il consegnatario ed il notificatario non fosse intervenuta sentenza di scioglimento del matrimonio, con l'effetto della giuridica permanenza del vincolo sponsale, la sola interruzione della coabitazione è risultata pienamente sufficiente ex se a far decadere la presunzione di ricezione e, di lì, la legittimità stessa della notificazione.