La motivazione che non esplicita l'an e il quantum della pretesa tributaria viola il diritto di difesa del contribuente e rende nulla la cartella

04.01.2019

A insindacabile giudizio dei Massimi Decidenti di legittimità, è nulla in quanto viola il diritto di difesa ex art. 24 della Costituzione la cartella di pagamento che non esplicita il tasso di interesse applicato, né l'imponibile sul quale, tali importi, sono calcolati.

Con la recente Ordinanza n. 31270 dello scorso 4 dicembre 2018, la Sezione V - Civile della Suprema Corte di Cassazione è nuovamente intervenuta in merito agli effetti derivanti, sul piano della sua validità e/o legittimità, dalla carente motivazione della cartella di pagamento.

Nello specifico, la lite oggetto di pronunciamento scaturiva dall'impugnazione, promossa dall'Agenzia delle Entrate, della sentenza della C.T.R. Lombardia, la cui cassazione era affidata a due motivi.

Per quanto qui rileva, l'Ufficio deduceva la violazione di legge, in relazione all'art. 25 - D.P.R. n. 602/73, sostenendo che «l'obbligo di motivazione dell'atto doveva ritenersi assolto attraverso l'indicazione dei tributi dovuti e del periodo di imposta».

Viceversa, ritenendo infondato il prefato motivo di gravame, i Supremi Giudici del Palazzaccio hanno affermato, dichiarando di aderire ai precedenti arresti giurisprudenziali reiteratamente intervenuti sul punto (Cfr. Cass. nn. 9799/17 e 26330/09), il principio secondo il quale «la cartella di pagamento, ove non preceduta da un avviso di accertamento, deve essere motivata in modo congruo, sufficiente ed intellegibile» sì come prescritto, oltre che in via generale dall'art. 3 della Legge n. 241/90, in materia tributaria, dall'art. 7 della Legge n. 212/2000.

Per l'effetto, dal momento che la cartella oggetto di lite recava (come sovente accade) la sola indicazione dei provvedimenti preordinati alla riscossione e dell'ammontare complessivo degli interessi, «senza specificazione del tasso applicato e delle somme sui quali essi erano stati calcolati, suddivise tra imposte dirette, imposte indirette, addizionali regionali ed Irap», i Supremi Giudici hanno dichiarato l'invalidità della cartella, siccome «la generalità di tali indicazioni non consentiva alla società di verificare la fondatezza, sia nell'an che nel quantum, della pretesa impositiva dedotta e dunque di esercitare pienamente il proprio diritto di difesa».

Inoltre, intendendo censurare il tardivo operato posto in essere dall'Ufficio, reo di aver tentato di fornire una motivazione postuma dell'atto in sede contenziosa, i medesimi Supremi Giudicanti hanno altresì precisato che, trattandosi di un vizio originario dell'atto, ex se in grado di generare la caducazione dello stesso, «a nulla rileva che l'Ufficio abbia esplicitato in sede di controdeduzioni quali fossero i tributi cui erano riferiti i provvedimenti» dai quali scaturiva la debenza intimata.

Dott. Angelo L. Ferrari