Il "giudicato" nei confronti della società può essere fatto valere dai soci che non abbiano partecipato a quel giudizio

25.10.2019

Con Ordinanza n. 13989 del 23 maggio scorso, la Suprema Corte di Cassazione ha inteso fissare il principio di diritto secondo cui «la sentenza che sia passata in giudicato, oltre ad avere un'efficacia diretta tra le parti, i loro eredi ed aventi causa, ne ha anche una riflessa, poiché, quale affermazione oggettiva di verità, produce conseguenze giuridiche anche nei confronti di soggetti rimasti estranei al processo nei quali sia stata resa qualora essi siano titolari di diritti dipendenti dalla situazione definita in quel processo, o comunque subordinati a questa».

Nel caso di specie (si verteva in ipotesi di società di capitali a c.d. "ristretta base sociale"), venivano presentati distinti ricorsi avverso gli avvisi di accertamento emessi, rispettivamente, in capo alla S.r.l. ed ai soci di questa, sicché i procedimenti incardinati seguivano percorsi autonomi.

Senonché, mentre ai fini delle imposte gravanti sulla società, in parziale accoglimento del ricorso della società, veniva disposta la riduzione della pretesa creditoria vantata dall'ente impositore (sentenza non opposta e, per l'effetto, passata in giudicato), con riguardo ai carichi imputati ai soci, ai fini della tassazione a titolo di IRPEF, tanto la CTP, quanto la CTR, confermavano la legittimità degli accertamenti, rimanendo dunque intatta la debenza ivi sottesa.

Ricorrendo in Cassazione, i soci lamentavano, tra l'altro, come i Giudici del gravame avessero colpevolmente disatteso di osservare che la circostanza per cui si fosse nelle more formato il giudicato in merito alla riduzione della pretesa creditoria vantata (in materia IRES ed IRAP) nei confronti della società, non potesse non comportare (ai fini IRPEF) il medesimo abbattimento del debito erariale preteso nei loro confronti, atteso infatti che l'imponibile su cui reggevano i recuperi a tassazione effettuati dall'Ufficio non poteva che essere lo stesso.

Ebbene, magistralmente argomentando, i Supremi Giudici hanno accolto il ricorso dei soci, sottolineando che «la sentenza favorevole alla società contribuente, che esclude il conseguimento di superiori ricavi non contabilizzati a fini IRAP, divenuta irrevocabile per mancata impugnazione da parte dell'Amministrazione finanziaria, può essere utilizzata, nonostante la diversità delle imposte, dal socio come prova nel giudizio tributario per contestare ai fini IRPEF i presunti utili percepiti nell'esercizio della medesima attività d'impresa, posto che, anche in difetto di espressa previsione legislativa, l'esclusione dello stesso dato economico e fattuale di partenza fa venir meno, di riflesso, anche la fonte giustificativa dei pretesi redditi incassati dal socio».

Hanno di poi chiarito i Giudici di legittimità che è diritto del socio di una società di capitali a c.d. ristretta base far valere  «l'efficacia riflessa del giudicato formatosi nel giudizio intercorso tra l'Agenzia delle entrate e la società», ancorché costui non ne fosse stato parte attrice, atteso che il pronunciamento «con cui sia stata accertata la insussistenza di utili extracontabili della società ... rimuove il presupposto da cui dipende il maggior utile da partecipazione conseguito dal socio».

dott. Angelo L. Ferrari